Essere genitori oggi è davvero “il mestiere più difficile del mondo”?
Per Elvira Dalò e Antonella Maestro, autrici del libro “Da grande vorrei fare il genitore”, la risposta è sì – ma non per colpa dei ragazzi. A rendere tutto più complesso è soprattutto la società in cui viviamo, cambiata in profondità e molto più veloce, frammentata, incerta rispetto al passato.
Le due autrici, impegnate da anni in percorsi educativi, mediazione familiare e laboratori con mamme e papà, raccontano una genitorialità fatta meno di “regole perfette” e più di domande, relazioni e continua ricerca.
Una famiglia dentro una società che è cambiata
Negli ultimi decenni sono cambiati:
- i valori di riferimento, meno chiari e condivisi
- i modelli educativi, non più rigidi come un tempo ma spesso poco definiti
- le relazioni sociali, spostate dal cortile, dall’oratorio, dal quartiere… agli schermi e alle chat
La famiglia non è un’isola: è immersa in questa complessità.
Molti genitori sentono che i “metodi di una volta” non funzionano più, ma non hanno alternative solide cui appoggiarsi. Da qui nascono disorientamento, senso di inadeguatezza e la sensazione di “non essere all’altezza”.
Il titolo del libro è una specie di provocazione:
non basta fare il genitore eseguendo compiti e regole, la vera sfida è essere genitori, come persone intere, presenti e consapevoli.
Essere genitori, non semplici esecutori di regole
Il libro non è un manuale con soluzioni preconfezionate. È piuttosto un percorso, nato dall’esperienza di laboratori con i genitori, dove non c’è una “cattedra” ma un confronto alla pari.
Essere genitori, nelle parole delle autrici, significa:
- riconoscersi come persone pensanti, non solo come “funzionari” di regole e doveri
- guardare il figlio come una persona completa, con il suo carattere, i suoi tempi, le sue paure e i suoi desideri
- accettare che il figlio reale non coincida sempre con il figlio ideale immaginato nella propria testa
Educare non è modellare un bambino a immagine delle nostre aspettative, ma stare in una relazione di reciprocità: anche l’adulto impara, sbaglia, si corregge, a volte chiede scusa.
L’ascolto: “perdere tempo” per non perdere i figli
Uno dei concetti chiave su cui insistono Dalò e Maestro è l’ascolto.
Non un ascolto di facciata, fatto di domande automatiche (“Com’è andata a scuola?”) mentre si guarda il telefono, ma un tempo vero, dedicato.
Ascoltare significa:
- osservare anche il non verbale: sguardi, silenzi, chiusure, nervosismi
- rispettare il fatto che un figlio possa non avere voglia di parlare subito
- lasciare spazio alle sue parole, senza riempire ogni pausa con spiegazioni o moralismi
Spesso gli adulti sentono il bisogno di spiegare, commentare, interpretare tutto. I figli, invece, avrebbero più bisogno di qualcuno che stia lì, presenti, solidi, senza ansia di dire per forza l’ultima parola.
“Perdere tempo” ad ascoltare, dicono le autrici, significa in realtà investire tempo sulla relazione, per non rischiare di perdere il legame quando le difficoltà aumentano.
Il “no” che non sappiamo più dire e il mito del genitore perfetto
Una delle domande che torna spesso nei gruppi è:
“Come faccio a dire no senza rovinare il rapporto?”
I genitori fanno fatica a mettere limiti chiari perché temono:
- la rabbia dei figli
- il senso di colpa
- i conflitti in famiglia (soprattutto se mamma e papà non sono allineati)
Così si oscilla tra:
- periodi di permissività (“lasciamo correre, poverino…”)
- punizioni drastiche e improvvise (niente cellulare, niente sport, niente amici)
Questo schema, però, logora la relazione e non costruisce davvero responsabilità.
Le autrici ricordano che:
- il genitore perfetto non esiste, così come non esiste il figlio perfetto
- mostrare la propria fragilità non significa perdere autorevolezza
- un “no” spiegato, coerente, motivato nel tempo è molto più educativo di dieci “sì” concessi per stanchezza
Una genitorialità sana sta nel mezzo: niente autoritarismo cieco, ma neppure resa totale. Piuttosto fermezza gentile: ascolto, spiegazione, limiti chiari.
Rabbia, urla, parolacce: cosa c’è davvero dietro
Nell’adolescenza, la rabbia spesso esplode: urla, insulti, porte sbattute, chiusure in camera o in bagno.
Le autrici invitano i genitori a fare uno sforzo:
vedere, oltre la forma sgradevole, l’emozione che ci sta dietro.
La “parolaccia” o il gesto provocatorio sono spesso solo la superficie di:
- frustrazione
- paura di non essere all’altezza
- fatica a sopportare giudizi, confronti, aspettative
La risposta adulta, in questi casi, non dovrebbe essere:
- mettersi a urlare più forte
- ridurre tutto a una sfida di potere
ma piuttosto:
- contenere la situazione
- riconoscere il sentimento (“Capisco che sei arrabbiato…”)
- aprire uno spazio di dialogo quando i toni si abbassano
Accogliere la rabbia non vuol dire giustificare ogni comportamento, ma aiutare il ragazzo a metterci le parole, a capire cosa prova e a trasformarlo.
Accoglienza, accompagnamento e l’idea che nessun genitore smette mai di esserlo
Se dovessero scegliere due parole chiave per descrivere il cuore del lavoro con i genitori, le autrici sceglierebbero accoglienza e accompagnamento.
Accoglienza vuol dire:
- accettare il figlio per quello che è, con pregi e limiti
- accettare se stessi come adulti imperfetti, che possono migliorare ma non saranno mai “a prova di errore”
Accompagnamento vuol dire:
- non confondersi con il ruolo di amico, giudice o capo
- essere piuttosto una presenza che cammina accanto, guida quando serve, fa un passo indietro quando il figlio ha bisogno di sperimentare
Un genitore, ricordano, non smette mai di esserlo:
può cambiare la forma del rapporto, ma quel legame resta per tutta la vita. Ed è proprio perché dura così a lungo che merita di essere curato, ripensato, allenato.
Lontano dall’idea delle ricette perfette, “Da grande vorrei fare il genitore” è un invito a fermarsi un attimo, a guardare i propri figli come persone intere e a ricominciare da ciò che, alla fine, fa davvero la differenza:
un po’ meno perfezione, un po’ più presenza, e la disponibilità – da parte di tutti – a diventare grandi insieme.

