Egle Mazzamuto porta in scena: “Tra Musica e Versi di Franco Scaldati” tra lingua-sogno, ombre di Palermo e il suono che diventa scena

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C’è un teatro che non “spiega”, ma evoca. Che non cerca la perfezione della dizione, ma scava in un’oralità più antica fatta di ritmo, suono, memoria. È il teatro di Franco Scaldati, e torna a vibrare nello spettacolo “Tra Musica e Versi di Franco Scaldati”, interpretato da Egle Mazzamuto con la chitarra di Carmelo Farina: un viaggio nella parola che si fa musica e nella musica che diventa scena.

La lingua di Scaldati: non dialetto, ma materia sonora

Il cuore di Scaldati sta in una lingua unica: parte dalle sonorità palermitane ma non si ferma al dialetto inteso come “colore” locale. È una lingua che vive di scarti, di sospensioni, di risonanze. Per chi la interpreta, non è questione di traduzione o di regole di dizione: è un lavoro di ascolto e di corpo, perché la parola, in Scaldati, tende spesso a superare il significato lineare per diventare suono, vibrazione, immagine.

Testi come partiture: ritmo, ritorni e pause che guidano l’attore

Chi entra nei testi scaldatiani scopre una scrittura che assomiglia a una partitura. La pagina diventa una guida: ritorni, riprese, pause, “da capo” e sospensioni non sono elementi decorativi, ma indicazioni concrete per il respiro e per il ritmo. È come se la scrittura contenesse già una regia del suono, capace di orientare l’interpretazione verso una dimensione musicale, più che narrativa.

Carmelo Farina: la chitarra come seconda voce

In “Musica e Versi” la musica non fa da sottofondo: è parte integrante del racconto. La chitarra di Carmelo Farina entra in scena come una seconda voce, dialoga con la parola, la sostiene e a volte la contraddice. Il suono diventa spazio e atmosfera: costruisce immagini, apre prospettive, trasforma la scena in un luogo mentale, quasi un paesaggio emotivo che si accende e si oscura insieme alla voce dell’attrice.

Ombre e marginalità: chi abita l’universo di Scaldati

I personaggi e le figure che emergono dall’immaginario di Scaldati sembrano spesso provenire dalla notte: anime ai margini, creature sospese, presenze che portano addosso la poesia del limite. Palermo non è solo uno sfondo, ma un organismo vivo, con le sue strade dimenticate e le sue contraddizioni. Raccontare queste ombre significa anche restituire dignità a una parte di città e di umanità che spesso non trova spazio nella narrazione dominante.

Un messaggio per il presente: ascoltare i “piccoli fiori” dentro la caciara

Cosa può dire Scaldati oggi, in un tempo dominato dalla velocità e dal rumore? Forse proprio la cosa più rara: la capacità di fermarsi e ascoltare. La sua poetica invita a riconoscere ciò che è essenziale ma invisibile, come piccoli fiori nascosti nell’erba: dettagli che sfuggono quando tutto corre, ma che tornano a splendere quando si recupera l’attenzione, la cura, la presenza.

Il rito della scena: misura, prove, fedeltà

Non servono rituali eclatanti per entrare in questo teatro: serve lavoro. Prove, disciplina, misura. Interpretare Scaldati richiede un equilibrio delicato: non eccedere, non “spingere” la parola, non trasformarla in caricatura. È una fedeltà fatta di precisione e rispetto, perché la sua lingua vive su una linea sottile tra concretezza e sogno.

Il finale: quando mancano mare, cielo, luna e musica

Tra i momenti più intensi, ce n’è uno che suona come una ferita: un passaggio in cui sembra venire meno tutto ciò che dà orientamento e bellezza — mare, cielo, luna, fiori, musica. È l’immagine di una mancanza assoluta, una geografia emotiva che si svuota. E proprio lì la forza di Scaldati si rivela: non alza la voce, non cerca l’effetto, ma scava. E lascia lo spettatore con qualcosa addosso.

Scaldati oggi: attraversare la soglia tra ombra e luce

“Musica e Versi” è un invito a varcare una soglia: entrare in un teatro in cui la parola diventa suono e il suono diventa scena, in cui ombra e luce convivono senza spiegarsi troppo. Un’esperienza che parla anche al presente, perché insegna a vedere ciò che resta ai margini e a recuperare una forma rara di attenzione: quella che trasforma l’ascolto in emozione.

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