Roma, 1965. La città è ancora immersa nel mito della Dolce Vita, ma qualcosa sta cambiando in modo irreversibile. Il successo planetario di Per un pugno di dollari di Sergio Leone ha innescato una rivoluzione culturale che travolge il cinema italiano e ridefinisce l’immaginario collettivo: nasce il western all’italiana.
È in questo momento di frattura e trasformazione che prende vita C’era una volta a Roma, romanzo d’esordio di Manuel de Teffé, recentemente premiato con due importanti riconoscimenti al Premio Sergio Leone – Città di Roma.
Il libro, ambientato in un anno cruciale per la storia del costume italiano, racconta una Roma febbrile, dove il mondo del cinema è in piena fibrillazione e tutti inseguono il nuovo genere che promette successo e denaro. La Dolce Vita, elegante e mondana, si tinge improvvisamente di polvere, cavalli e pistoleri.
Un attore fuori posto nel nuovo West
Al centro della storia c’è un aristocratico attore teatrale shakespeariano, raffinato e colto, che viene spinto dalla donna che ama ad abbandonare il palcoscenico per tentare la strada del cinema western. Il problema è che quel mondo non sembra volerlo: è troppo elegante, troppo accademico, troppo “teatrale” per i produttori romani, che cercano volti ruvidi, istintivi, immediatamente credibili sul grande schermo.
Il romanzo segue il suo percorso di frustrazione e reinvenzione, raccontando un anno di vita in cui tutto viene messo in discussione. A 45 anni, l’attore decide di rimettersi a studiare, iscrivendosi a un corso di recitazione ispirato al metodo Stanislavskij guidato da un guru russo, per smontare e ricostruire se stesso da zero.
Anthony Steffen: nascita di un mito
Quando nemmeno la nuova preparazione sembra bastare, arriva il colpo di genio: cambiare identità. Nasce così Anthony Steffen, nome che suona hollywoodiano, misterioso, vincente. Una fotografia in bianco e nero, uno sguardo torvo, un cappello da cowboy e una falsa aura internazionale bastano a ingannare produttori improvvisati e affamati di successo. Il protagonista ottiene finalmente un provino e cambia il corso della sua vita.
Quella che sembra una brillante invenzione narrativa è in realtà una realtà trasfigurata. Anthony Steffen è stato davvero uno dei volti simbolo dello spaghetti western e, con 27 film da protagonista, detiene il record di attore più prolifico del genere. Era il padre dell’autore.
Memoria familiare e leggenda collettiva
“C’era una volta a Roma” è anche una grande storia d’amore, ispirata alla vicenda reale dei genitori di Manuel de Teffé. Un racconto che intreccia biografia, immaginazione e memoria, trasformando una storia privata in un affresco collettivo.
Da bambino, l’autore non percepiva il peso artistico del padre, né amava quei film che gli sembravano tutti uguali. La consapevolezza arriva molti anni dopo, quando rivede per la prima volta il padre sul grande schermo e comprende finalmente l’uomo e l’artista. Da quel momento nasce l’urgenza di raccontare un mondo che aveva vissuto da vicino, ma che non era mai stato narrato fino in fondo.
Scrivere nel silenzio
L’idea del romanzo matura definitivamente durante il periodo dei lockdown, quando un progetto cinematografico western si interrompe bruscamente. Nel silenzio forzato, de Teffé realizza di essere depositario di una pagina fondamentale del costume italiano: gli anni in cui la Roma della Dolce Vita viene investita dalla rivoluzione del cinema western.
Inizia così una scrittura intensa e ininterrotta che porta a un esordio ambizioso di oltre 500 pagine, capace di fondere commedia, dramma e grande racconto cinematografico.
Un romanzo che “si vede”
Chi legge C’era una volta a Roma spesso ha la sensazione di “vedere un film”. Non è un caso: la formazione di de Teffé come regista e sceneggiatore attraversa ogni pagina, rendendo la narrazione estremamente visiva, ritmata, popolata di personaggi memorabili.
Il successo del libro e i numerosi premi ricevuti confermano la forza di questa storia, che parla a cinefili, attori, appassionati di storia culturale e lettori in cerca di un grande romanzo italiano.
Dal libro allo schermo?
Il passaggio al cinema sembra ormai naturale. L’autore sta valutando diverse proposte per una trasposizione cinematografica del romanzo, che per struttura e immaginario appare già pronto per il grande schermo.
Nel frattempo, C’era una volta a Roma resta un atto d’amore verso una città, un’epoca e un cinema che hanno saputo trasformare il caos in leggenda. Perché, come insegna il grande cinema, a volte la verità storica è meno importante della forza di un racconto. E allora, meglio “stampare la leggenda”.

