Goji apre il 2026 di Unplugged Playlist: “Oh My Love!” e l’arte di ripararsi come nel Kintsugi

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Oh My Love!

Goji (Francesco Brunelli) è l’ospite che inaugura il 2026 di Unplugged Playlist, il podcast condotto da Sofia Riccaboni. Al centro della conversazione c’è “Oh My Love!”, un brano uscito a fine 2025 ma ancora “appena nato” nella percezione dell’artista, che racconta con sincerità disarmante quanto costi guardarsi dentro quando una relazione ti obbliga a fare i conti con ciò che sei davvero.

“Costa sempre qualcosa”, dice Goji. E il vero prezzo, spiega, arriva quando subentra la consapevolezza: quel momento in cui intuisci qualcosa su di te e non puoi più fingere. Da lì, la scelta di trasformare tutto in musica diventa quasi un atto di libertà: se lo facessimo tutti, “saremmo tutti un po’ più liberi”, senza maschere e senza l’obbligo di dire che va tutto bene quando non è così.

“Oh My Love!”: analisi di sé, presente lucido e futuro possibile

Nel dialogo con Riccaboni emerge subito l’anima del brano: un’analisi di sé dentro un rapporto di coppia, il tentativo di rimediare agli errori, di vedere con chiarezza nel presente ciò che è accaduto nel passato e, soprattutto, di usare tutto questo come spinta verso un futuro diverso.

Goji non la racconta come una canzone “motivazionale”, ma come una tappa necessaria: un punto di osservazione in cui smetti di negare e inizi a guardare. E quando guardi davvero, non puoi che cambiare.

Il Kintsugi come metafora: quando le crepe diventano valore

Tra i passaggi più intensi dell’intervista c’è il riferimento al Kintsugi, l’arte giapponese di riparare un vaso rotto con l’oro. A Goji affascina soprattutto questa idea: un oggetto che, una volta rotto e riparato, acquista più valore di prima, perché porta con sé la sua storia.

E qui il discorso si sposta subito dalla ceramica alla vita: relazioni, identità, ferite personali. “Possiamo farlo anche noi”, dice: guardare le crepe in profondità, accettarle e ricostruire aggiungendo valore. Un processo che oggi sembra quasi controcorrente, in un’epoca in cui “buttiamo via e compriamo una cosa nuova”: se qualcosa non funziona, si cambia. Il Kintsugi invece insegna a restare, riparare, trasformare.

Zen, Dōgen e “sedersi e basta”: la meditazione dentro la musica

Quando Sofia Riccaboni porta la conversazione sulla filosofia, Goji collega direttamente Kintsugi e meditazione zen. Racconta il suo amore per lo Zen come incontro di buddismo e taoismo e cita anche Dōgen, figura centrale nello sviluppo dello Zen in Giappone.

Ed è qui che arriva una frase che suona come una sintesi del suo modo di stare al mondo: “Hai sempre la possibilità di sederti e basta.”
Sedersi come atto di pausa e di verità, il momento in cui smetti di correre e “realizzi”. Non come fuga, ma come spazio in cui osservare con lucidità.

Un progetto “camaleontico”: Goji cambia come cambia la vita

Goji spiega anche l’origine del suo nome d’arte e la natura del progetto: camaleontico, in evoluzione costante. Per lui è inevitabile: se una persona non è mai identica a sé stessa, anche la musica cambia con lei. Il paradosso è proprio quello: resti te stesso, ma non sei mai uguale.

E aggiunge una riflessione interessante sul linguaggio: spesso cerchiamo di incastrare tutto in una forma logica, ma la realtà non segue la logica che pretendiamo. E forse anche per questo soffriamo: perché chiediamo alla vita una coerenza che non le appartiene.

L’essenziale dopo i 40: “Non faccio più quello che richiede il mercato”

Uno dei punti chiave dell’intervista è la svolta artistica. Goji racconta che “Oh My Love!” fa parte di un gruppo di brani che segna un cambio di rotta insieme a Non ho studiato cucina e Zingari. Da lì in poi, dice, è cambiato il modo di osservare la vita e soprattutto si è “asciugato” tutto, andando all’essenza.

Quello che gli piace davvero è un mondo elettronico che attraversa deep house, funky house, french touch: sonorità che sente sue, senza rincorrere le richieste del mercato. La dichiarazione è netta e ha un sapore liberatorio: ha compiuto 40 anni e ora vuole fare ciò che ama, mantenendo i concetti e le parole come spazio di riflessione, per sé e per chi ascolta.

Il messaggio finale? “Ascoltalo. Punto.”

Alla domanda sul messaggio che vorrebbe lasciare a chi ascolta per la prima volta, Goji spiazza con una risposta essenziale, quasi da maestro zen:
“Ascoltalo. Punto.”

Poi spiega perché: non ha senso imporre un’interpretazione. Ogni persona porta significati unici alle parole, e quello che conta è l’esperienza intima dell’ascolto. Il brano, per lui, deve vivere “a casa tua”, nel tuo mondo, nella tua mente.

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