Alessio Pizzicanella torna in libreria con “E lui sarà Levon”: un romanzo corale tra immagine, potere e identità

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E lui sarà Livon

Un libro che nasce come sceneggiatura, attraversa anni di silenzio “nel cassetto” e poi torna a bussare con urgenza, perché il mondo intorno — nel frattempo — gli ha dato ragione. Alessio Pizzicanella presenta E lui sarà Levon, il suo secondo romanzo, e lo fa raccontando non solo una storia, ma soprattutto un contesto: quello di un Occidente disincantato dove tutto tende a diventare immagine, e dove persino l’identità rischia di trasformarsi in una performance.

Un’America “iperreale” per raccontare gli estremi (che somigliano a noi)

L’ambientazione è Los Angeles, scelta non come cartolina, ma come simbolo: una città che rappresenta la capitale della rappresentazione. Non capitale economica o politica, bensì del modo in cui costruiamo e vendiamo noi stessi, del confine sempre più sottile tra realtà e messa in scena, della comunicazione che diventa la vera lingua dell’epoca.

In questa cornice si muovono personaggi “in bilico”, uomini e donne che cercano un senso e finiscono per delegarlo ad altri: leader religiosi, figure mediatiche, celebrity, comunità che promettono risposte immediate. È qui che il romanzo affonda: nella fame di appartenenza e nel bisogno di essere riconosciuti, in un tempo in cui, spesso senza accorgercene, diventiamo il nostro stesso prodotto.

Da sceneggiatura a romanzo: un progetto nato nel 2017 e tornato attuale

E lui sarà Levon non nasce direttamente come romanzo. L’idea prende forma nel 2017 come sceneggiatura, con un obiettivo preciso: far vivere quel testo nel circuito dei festival, come progetto narrativo capace di reggersi anche senza diventare subito un film. Poi, come succede a molte storie, arriva la pausa: il progetto resta fermo, sospeso, in attesa del momento giusto.

Il ritorno non ha però il sapore della nostalgia. È più simile a un richiamo: i temi non solo non sono invecchiati, ma sembrano essersi intensificati. Il contesto sociale — con le sue fratture, le sue dipendenze, il suo rumore costante — rende la storia ancora più contemporanea. Ed è lì che la sceneggiatura cambia pelle e diventa romanzo.

Scrittura “cinematografica”? Lui dice: è fotografia

Spesso, leggendo Pizzicanella, si pensa al cinema: scene nette, dettagli precisi, una struttura visiva evidente. Ma l’autore ribalta la definizione: il cinema, nella scrittura, tende a essere essenziale; la sua densità invece nasce dalla fotografia. È uno sguardo “da inquadratura”, ma con la libertà della pagina: il dettaglio non serve solo a far vedere, serve a far sentire.

E questa origine spiega la cura delle atmosfere: il romanzo lavora per immagini che restano addosso, più che per frasi “effetto”. La narrazione non vuole semplicemente raccontare, vuole imprimere.

Storytelling come destino: romanzi, cinema, documentari

Il percorso dell’autore attraversa più linguaggi — fotografia, scrittura, cinema — ma il punto di convergenza è uno: lo storytelling. Che sia una penna, una macchina fotografica o una videocamera, la spinta è la stessa: descrivere un mondo con un punto di vista riconoscibile, con una voce che non insegua il consenso ma la verità del proprio sguardo.

E proprio sul fronte audiovisivo, l’autore annuncia anche un documentario in lavorazione, progetto che si aggiunge alla sua traiettoria creativa e che conferma una ricerca coerente: raccontare l’umano dove l’umano è più contraddittorio.

Personaggi che non “servono” la trama: l’ambizione di una vita oltre la pagina

Uno degli elementi più interessanti è la costruzione dei personaggi. Qui non esistono figure nate per “servire” la trama e sparire quando non sono più utili. L’ambizione è opposta: farli vivere abbastanza da dare al lettore l’impressione che esistessero prima dell’inizio e continueranno dopo la fine.

È una scelta narrativa precisa, quasi una dichiarazione d’intenti: la storia non è un meccanismo, è un pezzo di mondo. E quando un romanzo riesce in questo, succede una cosa rara: il lettore finisce il libro e continua a cercare quei personaggi nella realtà, come se potessero comparire tra la folla di una città qualunque.

Un riferimento-letteratura che accende la voglia di scrivere

Tra i libri che tornano come bussola nei periodi di scrittura, Pizzicanella cita Sotto il vulcano: un testo dalla forza stilistica impressionante, capace di riaccendere il desiderio di provare, di spingersi oltre, di non accontentarsi.


In conclusione

Lui sarà Livon si presenta come un romanzo corale e contemporaneo, una lente sull’Occidente dove l’immagine non è più solo estetica ma struttura: ci definisce, ci guida, ci seduce, ci consuma. Los Angeles diventa il luogo ideale per raccontare gli estremi — che poi estremi non sono, perché somigliano sempre di più a ciò che viviamo ogni giorno.

E la domanda finale non è soltanto “come va a finire?”, ma: quanto di Livon — e di questa fame di rappresentazione — ci riguarda già adesso?

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