Ci sono canzoni che non si limitano a essere ascoltate: chiedono tempo, attenzione, disponibilità emotiva. “Duci Amuri Meu” di Cecilia Larosa è una di queste. Un brano che nasce dall’incontro profondo tra musica e poesia e che sceglie il dialetto calabrese come lingua dell’anima, capace di raccontare l’amore nella sua forma più viscerale, fragile e contraddittoria.
Il punto di partenza è stato istintivo: una prima bozza musicale nata in studio, con l’idea chiara di tornare alla lingua d’origine. Il testo, invece, ha richiesto tempo, ricerca, ascolto. Per Cecilia il dialetto è uno spazio di verità: permette di essere più diretti, meno filtrati, più emotivi. È proprio questa esigenza di autenticità che l’ha portata a intrecciare la canzone con un immaginario più ampio, legato alla sua terra e alle sue radici culturali.
La Calabria, infatti, non è solo uno sfondo geografico, ma un luogo simbolico. Essendo parte della Magna Grecia, porta con sé miti, culti e storie antiche che continuano a parlare al presente. Da qui l’intuizione di rileggere il mito di Orfeo ed Euridice, non in modo didascalico, ma emotivo e personale. In “Duci Amuri Meu” la voce è quella di Euridice: una figura spesso silenziata, qui invece centrale, fragile e consapevole.
Uno degli elementi più potenti del brano è proprio il paradosso emotivo che attraversa il testo: Euridice implora di essere guardata, ma allo stesso tempo chiede a Orfeo di non voltarsi. È una tensione che Cecilia sente profondamente e che riconosce come esperienza comune, soprattutto per molte donne: il desiderio di essere viste davvero, senza che l’altro resti intrappolato nel passato, nei traumi, nelle storie precedenti. Guardare il presente senza distruggerlo con ciò che è stato.
Anche lo spazio ha un ruolo fondamentale nella scrittura di Cecilia. I luoghi non sono mai solo scenari, ma diventano simboli. Il mare, che ritorna spesso nelle sue immagini, è allo stesso tempo paesaggio reale e metafora dell’inquietudine interiore. Gli oggetti, i gesti, i dettagli hanno sempre una doppia valenza: materiale e metaforica. È questo che rende la canzone stratificata, capace di parlare su più livelli.
Il videoclip, girato interamente in Calabria, rafforza questo legame tra mito, territorio e interiorità. Architetture, mare, luce e spazi aperti diventano estensione visiva della musica, completando un immaginario coerente e profondamente identitario.
Quando le viene chiesto di immaginare “Duci Amuri Meu” come una stanza, Cecilia sceglie un’immagine evocativa e quasi infantile: un grande salone pieno di ricordi, come nel Palazzo d’Inverno del cartone animato Anastasia. Una stanza abitata dai “fantasmi” della memoria, che non fanno paura ma danzano. È forse la definizione più bella del senso del brano: non rimuovere ciò che siamo stati, ma imparare ad attraversarlo.
Il desiderio che Cecilia affida a chi ascolta è semplice e profondissimo: tornare in contatto con la propria parte più intima. In un mondo che ci spinge continuamente a distrarci, “Duci Amuri Meu” invita a fermarsi e a farsi una domanda essenziale: dove sono davvero? cosa voglio? Scendere negli inferi, come nel mito, fa paura. Ma è anche l’unico modo per tornare più veri, più luminosi, più forti.
Intanto lo sguardo è già rivolto avanti. Cecilia sta lavorando al suo primo album, un progetto che sarà volutamente sfaccettato, fatto di brani anche molto diversi tra loro. Non come incoerenza, ma come riflesso della complessità della vita e dell’identità. Un diario musicale composto da pezzi di puzzle differenti, capaci insieme di raccontare chi siamo quando accettiamo di non essere una cosa sola.
“Duci Amuri Meu” resta così un manifesto: una canzone che unisce dialetto e poesia, mito e contemporaneità, radici e ricerca. Una canzone da abitare, non da consumare.

