DeLorean è una macchina del tempo che corre, ma non sa bene dove andare. Ermal Meta sceglie ancora una volta di sporcare la bellezza con la polvere della realtà, e questo è il motivo per cui il brano ti resta addosso — ti piace, ma ti graffia un po’.
La produzione è lucida, pulita, ben calibrata: un tappeto sonoro che ti invita ad ascoltare, con synth anni ’80 che ricordano la DeLorean della fantasia collettiva. Tuttavia, proprio lì si incastra il primo dubbio: a volte sembra più un esercizio di stile che una scelta emotiva. È bello rivivere certi suoni, ma manca quel guizzo che ti fa dire “questa sì, la sento mia”.
Il testo di Ermal è onesto, per quanto onestà possa tradursi in malinconia senza consolazione. C’è la voglia di guardarsi indietro, di inseguire ricordi come foto sbiadite, ma anche un filo di rassegnazione: la macchina del tempo non si trova davvero, e se ci fosse, forse non vorremmo usarla. La scrittura è limpida, pulita… forse fin troppo. Ti lascia con la sensazione di aver ascoltato qualcosa di compiuto ma non profondo quanto promesso.
La voce di Meta è il solito punto di forza: espressiva, vigorosa quando serve, capace di accarezzare la nota giusta. Però a volte è come se fosse troppo consapevole di quanto sia brava — e allora si trattiene, non si spoglia davvero.
In sintesi, DeLorean è una canzone che ti tiene per mano, ti accompagna per un po’, ma alla fine ti lascia sulla porta con un sorriso timido e una lieve malinconia. È bella, curata, e forse perfino più intelligente della media, ma non ti spezza il cuore… e forse neanche lo scuote davvero.
Voto: 7/10.
Un sette pieno, di quelli che riconoscono la qualità, la scrittura solida e l’eleganza, ma che tengono lì quel mezzo passo indietro per l’emozione che non esplode del tutto.
Promette molto, mantiene quasi tutto… ma non sorprende davvero.

