Laura Pausini – Io canto 2: l’album che nessuno aveva chiesto, ma che lei ha cantato comunque.
Non è un brutto disco. Ed è forse questo il suo problema principale.
Io canto 2 nasce come sequel nostalgico, operazione comfort food: grandi canzoni altrui, voce impeccabile, produzione pulita. Tutto al posto giusto. Troppo al posto giusto. Laura canta benissimo — notizia shock per nessuno — ma lo fa in modalità pilota automatico emotivo. Ogni brano è lucidato, rispettoso, spesso privo di reale urgenza. Sembra più una celebrazione della propria bravura che un dialogo vivo con le canzoni.
Il repertorio è importante, ma raramente reinventato. Più museo che reinterpretazione. Quando arriva l’intensità, è quella prevista dal copione Pausini™, non quella che sorprende o spiazza. È come rivedere un grande attore rifare scene famose senza cambiare una virgola: applausi garantiti, emozione vera meno.
Il problema non è la voce (mostruosa, sempre), ma il rischio artistico pari a zero. Nessun momento che faccia dire: “ok, questo pezzo ora è suo”. Tutto bello, tutto corretto, tutto un po’ dimenticabile una volta finito l’ascolto.
In sintesi:
album elegante, professionale, ma superfluo. Confortevole come una coperta, ma non scalda davvero.
🎧 Voto: 6,5/10
Promosso per qualità vocale e produzione.
Bocciato per coraggio, necessità e anima.

