Un Sanremo che divide, ma soprattutto fa pensare. Nell’ultima puntata di Unplugged Playlist, Sofia Riccaboni ha ospitato Silvia Chiminelli per una chiacchierata schietta (e molto tecnica) sull’edizione appena conclusa: tra sorprese inattese, riflessioni sul livello medio delle performance e un tema che torna come un ritornello amaro, quello dell’educazione musicale che – secondo Chiminelli – in Italia rischia di perdere profondità e rigore.
“Sanremo dovrebbe essere un punto d’arrivo”
La prima osservazione di Silvia Chiminelli parte da un concetto chiave: il palco dell’Ariston come traguardo, non come trampolino. Eppure, dice, in questa edizione per alcuni è sembrato l’opposto: un “punto di partenza” più che una consacrazione.
Da qui la domanda che si sono fatte in molte chat e community: perché nascono certi fenomeni? L’esempio citato in puntata è quello di Tony Pitoni, artista che entrambe non conoscevano prima del Festival e che ha stupito soprattutto nella serata dei duetti, dimostrando consapevolezza scenica e capacità di “stare” sul palco.
Il giudizio da vocal coach: chi si salva davvero
Chiminelli chiarisce subito il suo taglio: non un giudizio di gusto, ma una lettura professionale legata alla tecnica. E qui arriva la lista, netta: per lei, dal punto di vista tecnico si distinguono Arisa, Malika, Fulminacci e soprattutto Ermal Meta, citato come riferimento per preparazione, padronanza e controllo. silvia
Non è un discorso di genere musicale – pop, rap, metal – ma di competenze: “non basta cantare”, serve saper usare lo strumento voce, adattarlo al contesto, gestire interpretazione e tenuta live.
Il nodo: formazione e cultura musicale (e il paragone con l’estero)
La parte più densa della conversazione è una riflessione sul “sistema”: secondo Chiminelli, negli ultimi anni il mercato è stato spesso guidato da logiche commerciali più che artistiche, e questo finisce per “educare” il pubblico a standard più bassi, non per colpa degli ascoltatori ma per una dinamica generale.
Nel confronto emerge anche l’idea che in altri contesti – Silvia cita l’Albania come esempio – lo studio della voce e della musica sia più radicato anche nel pop, mentre in Italia resiste la convinzione che “basta saper cantare”. E quando la preparazione diventa secondaria, dice, i risultati si vedono.
Le “nuove leve” e il caso Saif
Tra i più giovani, Silvia segnala Saif come interessante per background e approccio musicale (anche strumentale), pur con l’idea che il brano in gara non abbia valorizzato fino in fondo il potenziale. La serata dei duetti, invece, avrebbe mostrato più chiaramente ciò che sa fare.
Eurovision, hit virali e l’effetto TikTok
Quando si passa al capitolo vincitore ed Eurovision, la discussione diventa più sfumata: Silvia non lo avrebbe scelto come rappresentante, mentre Sofia sottolinea un punto “da palco” fondamentale: l’emozione autentica e la gavetta percepita dal pubblico. E c’è poi la variabile contemporanea per eccellenza: una fanbase costruita anche grazie a un brano diventato virale su TikTok (in puntata viene citato “Rossetto e caffè”), che può pesare moltissimo sul televoto e sulla memorabilità del ritornello, anche fuori dall’Italia.
Conduzione e direzione artistica: “non è la stessa cosa”
Infine, il tema della conduzione del prossimo anno. Silvia distingue con chiarezza presenza scenica e direzione artistica: la seconda richiede una visione musicale, competenze e una squadra solida intorno.
E si apre anche una riflessione su un dato percepito come ricorrente: un Festival spesso “sbilanciato” al maschile, tra conduzione e line-up, con le donne che – secondo quanto emerge nel dialogo – fanno più fatica a emergere anche quando sono molto preparate.
Un Sanremo che intrattiene, ma soprattutto rivela
Alla fine, la puntata lascia un’impressione precisa: Sanremo resta uno specchio potente. Non solo del gusto del pubblico, ma di come cambia l’industria, di cosa premiano i meccanismi della visibilità e di quanto, oggi più che mai, tecnica e mercato viaggino spesso su binari separati. E forse è proprio qui che questa edizione, tra entusiasmi e critiche, ha colpito nel segno: nel costringerci a chiederci che cosa vogliamo davvero dalla musica che ascoltiamo.
