C’è una frase che, detta così, sembra quasi un sospiro: “Meglio è come meno peggio”. Ed è proprio da lì che Colleoni accende la miccia di “Sinonimi e contrari”, un brano pop fuori standard che rinuncia al ritornello e si costruisce come un flusso continuo di strofe, esempi, rimandi e contrasti. Una canzone che non punta a “restare in testa” con la formula facile, ma a restare addosso perché ti mette davanti a una cosa semplice e scomoda: spesso crediamo di capirci, ma in realtà stiamo usando parole diverse per dire (quasi) la stessa cosa.
Una struttura atipica: niente ritornello, solo movimento
“Sinonimi e contrari” è un piccolo oggetto musicale anomalo: niente ritornello, nessun momento “da coro”, nessuna ripartenza classica. La scelta non nasce come posa intellettuale, ma come conseguenza naturale: se la canzone deve argomentare un’idea, non ha bisogno di fermarsi a ribadirla con un gancio melodico. Qui a tornare è il concetto, non la formula.
Musicalmente il brano si muove per accumulo: le strofe si alternano a brevi parti strumentali che, man mano, si dilatano, fino a un finale in crescendo, una sorta di raffica dove ogni parola si aggancia alla successiva come in un domino. È proprio lì che il pezzo “chiude il cerchio”: se all’inizio sembra un gioco, alla fine diventa una corsa, un’accelerazione che trascina dentro l’idea fino a farla esplodere.
Un gioco linguistico che diventa ritratto del presente
Il meccanismo è tanto semplice quanto efficace: Colleoni prende elementi e concetti – dal sociale alla politica, dall’attualità all’ecologia – e li mette in relazione attraverso sinonimi e contrari. Non per dimostrare una tesi assoluta, ma per fare il contrario: relativizzare.
Perché è questo il cuore del brano: nel senso comune le idee sembrano simili, ma quando approfondisci le percezioni cambiano e i valori “assoluti” iniziano a smontarsi. A volte gli esempi sono seri, altre volte ironici, altre ancora volutamente personali: il risultato è un testo che funziona come uno specchio. Ti ritrovi a dire “sì, però io la vedo diversamente” — ed è esattamente lì che la canzone ha fatto il suo lavoro.
Un progetto “artigiano”: suoni, routine e controllo totale
Dietro la scrittura c’è anche una scelta produttiva netta: Colleoni ha costruito il suo progetto con un approccio da artigiano, metodico e personale. Gran parte degli strumenti li suona direttamente lui, tra acustico e digitale, portando dentro la traccia un’impronta riconoscibile, quasi “fatta a mano”.
Non è l’immaginario romantico del cantautore che scrive di getto su un foglio volante: qui c’è lavoro di bottega, disciplina, una routine che serve a rendere la musica più precisa e più vera. La canzone, in questo senso, diventa un laboratorio: idee appuntate nel tempo, sistemate, mosse musicalmente, poi spinte fino a trovare la chiusura giusta.
Verso l’album: un singolo “strano” ma immediato
“Sinonimi e contrari” anticipa l’album, e non è necessariamente il brano più “tipico” del disco: proprio per questo funziona come biglietto da visita. È strano quanto basta per incuriosire, ma immediato quanto basta per piacere. E in un’epoca in cui spesso i singoli si somigliano tutti, questa è già una presa di posizione.
Colleoni lo dice senza giri: scrivere canzoni “fatte bene” oggi significa scrivere solo ciò che vorresti ascoltare, senza inseguire trend o aspettative. “Sinonimi e contrari” mette insieme tutto questo: una frase che sembra piccola, un’idea che diventa grande, e una canzone che, giocando, ti lascia con una domanda seria: quanto di ciò che pensiamo è davvero nostro, e quanto è solo un modo diverso di chiamare le stesse cose?

