Può lo sport cambiare davvero la vita di una persona? Per Erika Morri la risposta è sì, e non come slogan motivazionale: come esperienza concreta, quotidiana, misurabile. Ex Azzurra di rugby, formatrice e promotrice di progetti internazionali dedicati allo sport femminile, Morri racconta nel suo libro “Empowerment per la vita: la meta del rugby femminile” un percorso che va ben oltre il risultato agonistico. Il rugby, nella sua visione, è un laboratorio di relazioni, gestione emotiva, coraggio e cittadinanza: un luogo dove il corpo pensa, la squadra sostiene e la fiducia crea competenze che restano.
Il volume nasce dall’incontro tra ricerca e pratica: da una parte lo studio e l’osservazione, dall’altra il “fango dei campi”, la realtà delle periferie e delle storie personali. È un lavoro che raccoglie voci e prospettive diverse e che mette al centro un tema attualissimo: l’empowerment, cioè quel processo di rinforzo e consapevolezza che permette a una persona di riconoscere il proprio valore, scegliere, agire e incidere sul mondo.
Empowerment: rinforzarsi per scegliere, non per “vincere”
Quando Morri parla di empowerment lo fa in modo semplice: non è una parola da conferenza, è una pratica. È la capacità di rinforzare se stessi attraverso l’esperienza, di scoprire che si è in grado di affrontare ostacoli, gestire emozioni, recuperare dopo una caduta. E il rugby, per sua natura, accelera questo processo: ti mette di fronte al limite fisico e mentale, ti obbliga a stare nel presente, a prendere decisioni rapide, a fidarti degli altri.
Morri sottolinea anche un aspetto importante: l’empowerment non riguarda solo le donne. Ma nel rugby femminile assume un valore particolare perché per anni è stato un mondo poco visibile, spesso ostacolato da stereotipi duri a morire. Eppure i passi avanti sono stati enormi: dalle prime fasi in cui il movimento era ai margini, fino a una crescita che oggi porta il rugby femminile a conquistare pubblico, attenzione e nuovi spazi mediatici.
“Rugby, l’Ottavo Continente”: un luogo senza confini
Alla base del libro c’è un’idea potente: il rugby come “Ottavo Continente”, un continente simbolico che non esiste sulle mappe ma esiste nella relazione tra persone. Un luogo senza barriere linguistiche e senza confini, dove l’obiettivo non è soltanto giocare, ma imparare a convivere con la pressione, leggere le situazioni, sostenersi.
Morri lega questa visione a un concetto chiave: la relazione come competenza fondamentale. Più cresce la fatica, più la mente si offusca, e più diventa essenziale saper gestire le emozioni e cooperare. È qui che lo sport diventa una vera scuola di vita: non ti allena solo a “fare”, ma a essere in relazione, a trovare soluzioni quando l’incertezza aumenta.
Il corpo come strumento di apprendimento
Uno dei nuclei più interessanti del discorso di Morri riguarda il corpo: lo sport non è solo “movimento”, è un linguaggio. Il rugby, in particolare, mette in scena l’incontro fisico non come aggressività, ma come tecnica, studio, progressione. Non basta buttarsi: bisogna imparare, allenare il coraggio, essere precisi, rispettare regole e tempi.
E qui arriva uno dei passaggi più efficaci: quando impari a gestire il corpo – quando scopri che puoi affrontare qualcosa che ti sembrava impossibile – quel risultato si riflette nella quotidianità. Se sei capace di stare dentro una situazione complessa e fisicamente impegnativa, allora puoi ridimensionare paure e problemi della vita di tutti i giorni. Non perché “tutto è facile”, ma perché cambia la percezione di te stessa.
La lezione più semplice (e più rivoluzionaria): la palla si passa indietro
Per spiegare il rugby a chi non lo conosce, Morri usa un’immagine chiarissima: nel rugby la palla si passa solo all’indietro, ma l’obiettivo è andare avanti. È una metafora perfetta della cooperazione: puoi avanzare solo se ti fidi, se sai che qualcuno è con te, se sostieni chi in quel momento ha la responsabilità.
In campo non si può fermare chiunque: si può placare solo chi ha la palla. Questo significa che tutti gli altri diventano protezione, supporto, lettura dello spazio. È un allenamento continuo alla collaborazione, all’adattamento, alla gestione dell’imprevisto. In altre parole: una palestra per vivere meglio dentro un mondo dove il controllo totale non esiste.
Lo spogliatoio come luogo “liturgico”
C’è poi una dimensione spesso ignorata quando si parla di sport: lo spogliatoio. Per Morri non è solo un luogo fisico. È uno spazio quasi “liturgico”, dove ci si spoglia sì dei vestiti, ma anche di rabbie, tristezze e tensioni. Un ambiente in cui si arriva stanchi o giù di morale e, grazie al gruppo, si esce più leggeri.
E questo non è solo psicologia: dopo l’attività fisica il corpo produce ormoni legati al benessere. Ma il punto, per Morri, resta sociale: è l’appartenenza, l’ascolto, la presenza dell’altro a fare la differenza. Per questo consiglia lo sport non come performance, ma come esperienza di relazione: scegliere lo sport che si ama, farlo in compagnia, costruire uno spazio sicuro per conoscersi davvero.
“Lo sport non ha genere”
Tra gli ostacoli culturali ancora presenti, Morri ne indica uno centrale: l’idea che alcuni sport “non siano da donne”. Per lei il passaggio decisivo è riconoscere che lo sport non ha genere: lo sport è gioia, espressione del sé, libertà. Non è un test identitario, non è un’etichetta. E non esiste un pallone che “ti cambia” come persona: ciò che cambia è l’esperienza, la comunità, la consapevolezza che costruisci allenamento dopo allenamento.
Alla fine, il messaggio è semplice e molto concreto: lo sport non risolve tutto, ma ti allena a stare nel mondo. E se vogliamo cambiare davvero le cose, dobbiamo partire dal micro: diventare la migliore versione possibile di noi stessi, ogni giorno, senza aspettare che lo facciano “gli altri”.
Perché, nel rugby come nella vita, si va avanti insieme.

