C’è qualcosa di sorprendentemente contemporaneo nel modo in cui Giovanni Scifoni porta in scena San Francesco. Non è solo teatro, e non è nemmeno una lezione: è un flusso vivo, ironico, appassionato, che trasforma una figura spesso immobilizzata nell’iconografia in un uomo che respira, sbaglia, ride e incendia il mondo.
Il palco è essenziale, ma basta. Perché il vero spazio scenico è occupato dalla parola. Scifoni entra ed è subito narrazione, ma una narrazione che non si accontenta di raccontare: prende posizione, provoca, diverte. Il titolo stesso, “superstar”, non è un vezzo: è una chiave. San Francesco viene restituito nella sua potenza comunicativa, nella sua capacità di rompere schemi e di parlare a tutti — ieri come oggi.
Il racconto scorre tra episodi noti e dettagli meno frequentati, ma è nel tono che accade qualcosa di speciale. Si ride, spesso. Di un riso intelligente, mai irrispettoso, che smonta la distanza tra pubblico e storia. E poi, senza quasi accorgersene, si viene portati altrove: dentro una riflessione più profonda, che riguarda la radicalità delle scelte, il senso della povertà, la libertà.
Scifoni gioca con il linguaggio, mescola registri, alterna ritmo serrato e pause che pesano. Il Medioevo smette di essere polvere e diventa materia viva, quasi urgente. E San Francesco emerge come figura rivoluzionaria, più scomoda che rassicurante. Non un santino, ma un uomo che ha avuto il coraggio di cambiare tutto.
Il pubblico segue, partecipa, si lascia sorprendere. Perché lo spettacolo non chiede solo attenzione: chiede coinvolgimento. E lo ottiene, grazie a una scrittura che sa essere accessibile senza semplificare, e a un’interpretazione che tiene insieme leggerezza e profondità.
Alla fine resta una sensazione netta: quella di aver assistito a qualcosa che supera il teatro di narrazione. È un incontro, più che uno spettacolo. Un dialogo tra epoche, mediato da un attore che sa esattamente dove portarti, anche quando sembra improvvisare.
“Fra’ San Francesco” funziona perché non prova a spiegare tutto. Lascia spazio, apre domande, accende immagini. E soprattutto restituisce alla storia la sua forza più grande: quella di parlare al presente, senza bisogno di essere aggiornata.

