Con “Ma chi te lo fa fa’”, Anna Turrei sceglie di ripartire dalla domanda più scomoda, quella che prima o poi attraversa chiunque insegua un sogno senza scorciatoie. Un interrogativo diretto, quasi brutale, che nel suo nuovo singolo diventa il centro di un racconto personale ma anche profondamente condivisibile: cosa spinge a restare, quando il percorso artistico si riempie di porte in faccia, sacrifici, compromessi e incertezze?
Nel corso dell’intervista a Unplugged Playlist, Anna racconta che questa domanda se l’è posta davvero, e più di una volta. In particolare, in un momento delicato dello scorso anno, mentre cercava di capire quale direzione dare al proprio percorso dopo l’ennesima delusione. È lì che è nato il nucleo del brano: da una crisi autentica, da quella sensazione di trovarsi su una montagna russa fatta di slanci e cadute, dentro un mercato musicale che oggi sembra chiedere tutto tranne la musica stessa.
Eppure, proprio da quella frattura nasce anche la risposta. Perché se il titolo del brano sembra suggerire uno scoraggiamento definitivo, il racconto di Anna Turrei va nella direzione opposta. La cantautrice spiega infatti che il non mollare, per lei, è qualcosa di profondo, quasi istintivo. Dopo il liceo ha lasciato la propria città, la famiglia, gli amici, e si è trasferita a Milano per ricominciare da zero e investire tutto su quello in cui credeva. Anche quando si è data dei “piani B”, ammette, la sua testa è sempre rimasta sul piano A. La musica resta il centro, il punto da cui non riesce davvero ad allontanarsi.
“Ma chi te lo fa fa’” si inserisce così in una fase nuova del suo progetto artistico. Anna stessa lo definisce un singolo che rappresenta una svolta, quasi un nuovo inizio, nonostante le tante cose già costruite negli anni. Il pezzo, racconta, pone una domanda pesante ma necessaria, che le ha permesso di essere più sincera con se stessa e di ritrovare una forma più netta, più incisiva, più vera della propria scrittura.
Il suo percorso, del resto, è fatto di gavetta reale, di palco, di tentativi, di esperienze forti che l’hanno formata sia artisticamente sia umanamente. Anna parla della gavetta non solo come allenamento al live, ma come scuola di vita. Stare davanti a un pubblico, dice, che sia di tre persone o di trentamila, richiede sempre la stessa intensità. Non si può sapere chi si ha davanti, né se quella sera cambierà qualcosa. Per questo bisogna dare tutto, senza farsi bloccare dal giudizio. Una lezione che lei ha imparato anche sulla propria pelle, conoscendo l’ansia da prestazione, la pressione, il confronto continuo con le aspettative e con lo sguardo degli altri.
Tra le esperienze che ricorda come più formative c’è Emergenza Live Music 2024, dove ha portato il suo progetto con la band fino al terzo posto nazionale. Un traguardo importante, nato in un contesto competitivo e non semplice, che le ha lasciato addosso una consapevolezza precisa: è sul palco che vuole stare, ed è di questo che vuole vivere. Il live ai Magazzini Generali di Milano, con la band, le ballerine e persone sotto al palco a cantare i suoi brani, è stato uno dei momenti in cui tutto le è sembrato chiaro.
Ma proprio lì, accanto alla conferma, è arrivata anche una delle osservazioni che l’hanno costretta a riflettere di più. Una manager le disse che aveva tutte le carte in regola, ma che avrebbe dovuto lavorare sui testi, renderli più efficaci, più leggibili per il mercato. Un punto delicato per un’artista che scrive molto e che riconosce nella scrittura una zona istintiva, spesso piena di immagini, intuizioni, stratificazioni. Da lì è iniziato anche un lavoro diverso, più consapevole, che l’ha portata ad aprirsi al confronto e ad accettare suggerimenti.
Anche “Ma chi te lo fa fa’” è cambiata in questo processo. Anna racconta che inizialmente il ritornello era diverso, meno diretto. È stato grazie anche al confronto con un autore che ha capito come il vero cuore del brano fosse proprio quella domanda, da ripetere, da lasciare risuonare con forza. Una scelta che ha reso il pezzo più incisivo, anche se forse meno esplicativo rispetto alla versione originaria. Un piccolo compromesso, sì, ma nella direzione di una maggiore precisione.
Nel corso dell’intervista emerge anche una riflessione molto chiara sul rapporto tra giovani artisti, formazione e industria musicale. Anna si dice preoccupata per chi viene catapultato troppo presto sotto i riflettori senza avere gli strumenti per reggere la pressione. Per lei la formazione non è un optional, ma una base necessaria. Non solo sul piano tecnico, ma anche su quello psicologico e umano. Studiare, confrontarsi con chi ne sa di più, vivere un percorso strutturato significa arrivare più preparati alla “vita vera” della musica, dove il talento da solo non basta.
La cantautrice mette poi a fuoco un altro nodo cruciale: il rapporto con le persone che circondano un progetto artistico. Il team, dice, fa tutto. Ma proprio per questo bisogna imparare a riconoscere le persone giuste, a non affidarsi a chi promette troppo facilmente, a non cadere nelle mani sbagliate. Nella sua esperienza, la gavetta non è stata fatta solo di palco, ma anche di squali, di rapporti poco chiari, di figure pronte a sfruttare l’entusiasmo e la fragilità di chi sta costruendo qualcosa.
In questo senso, “Ma chi te lo fa fa’” non è soltanto una canzone sul dubbio, ma anche un brano sulla resistenza. Sul fatto che continuare non significa essere ingenui, ma scegliere ogni volta, nonostante tutto, di dare ancora credito alla propria visione. Anna Turrei racconta così il lato meno romantico della musica, ma senza cinismo. Il suo sguardo resta duro, lucido, ma attraversato da una convinzione che non si è spenta.
Ed è forse proprio questo il punto più forte del singolo: trasformare una domanda che sembra segnare la resa in una dichiarazione di persistenza. Perché a volte chiedersi “ma chi te lo fa fare?” è semplicemente il modo più sincero per capire che, nonostante tutto, la risposta è ancora la stessa: la musica.

