“Non vengo da Marte” non è solo il titolo di una canzone, ma un vero e proprio mantra. È così che la cantautrice bresciana Carlott ha raccontato il suo nuovo brano ai microfoni del podcast Unplugged Playlist condotto da Sofia Riccaboni, dove ha ripercorso genesi, significato e prospettive future di questo pezzo così personale.
Un brano nato per ricordarsi che stare male è umano, che accogliere i momenti bui non significa essere “sbagliati” o “falliti”.
“Quando sto male non succede niente, non vengo da Marte, non sono strana se accetto anche il momento negativo”,
spiega l’artista. “È un modo per ricordarmi che quei momenti li abbiamo tutti”.
Un messaggio per gli introversi (e non solo)
Il brano non è stato pensato per qualcuno in particolare, ma ha un pubblico di riferimento molto chiaro:
“Ho pensato soprattutto alle persone introverse, come me, che a volte hanno bisogno di sentirsi dire che star male va bene. E che si può esprimere anche questo, perché buttarlo fuori apre la possibilità di un momento positivo dopo”.
“Non vengo da Marte” diventa così una carezza collettiva, una canzone che normalizza la vulnerabilità e invita a guardare ai momenti di crisi non come a un fallimento, ma come a una parte inevitabile – e persino necessaria – del proprio percorso.
Mettersi a nudo: la difficoltà della condivisione
Per Carlott, il lato più complesso non è stato scrivere, ma condividere:
“Scrivere questa canzone non è stata una fatica, anzi. La considero forse la più vera che abbia scritto. La fatica arriva dopo, quando devi spiegare di cosa stai parlando… e soprattutto di chi stai parlando. In questo caso parlo di me, e mettersi a nudo non è mai facile”.
Abituata a raccontare storie e persone, con questo singolo l’artista sceglie di puntare il riflettore su se stessa, trasformando la propria fragilità in racconto, e il racconto in musica.
Dal diario alla melodia: l’evoluzione del suo songwriting
Il percorso di scrittura di Carlott è cambiato nel tempo. Se all’inizio le canzoni nascevano come veri e propri estratti di diario da musicare in un secondo momento, oggi il processo creativo si è ribaltato:
“All’inizio lavoravo sul testo, erano pagine di diario che cercavo di musicare dopo. Ma così penalizzavo molto melodia e ritmo. Con i corsi di songwriting che ho fatto, ora parto dalla melodia, dai piccoli riff che mi vengono in mente, e poi adatto il testo alla musica e non il contrario”.
Un approccio più maturo e consapevole, che le ha permesso di trovare un equilibrio tra profondità del contenuto ed efficacia melodica.
Un EP in arrivo e un nuovo capitolo artistico
“Non vengo da Marte” non è un episodio isolato, ma il punto di raccordo tra ciò che Carlott è stata fino a oggi e quello che sta diventando:
“Vedo questo brano come l’anello di congiunzione tra le prime tre canzoni che ho pubblicato e quelle che usciranno. Sto lavorando a un EP che uscirà con Look Up di Torino e sto collaborando anche con un altro autore”.
Un nuovo progetto discografico che promette di approfondire ulteriormente questo binario introspettivo, tra autenticità, delicatezza e ricerca melodica.
Dal palco alla strada: il busking come “terapia da adulto”
Sul fronte live, al momento non ci sono ancora date fissate, ma Carlott ha un’idea molto chiara: buttarsi nel busking, suonando in strada come forma di allenamento emotivo.
“Mi sto attrezzando per fare qualche data come busker. La vedo come una vera e propria terapia da adulto per superare il panico da palco e il timore del giudizio. In strada le persone camminano, sono prese dalle loro vite, non stanno a vedere tutte le note che sbaglio… anche se spero di sbagliarne poche”.
Un approccio coraggioso, che capovolge la prospettiva: invece di evitare la paura, l’artista ci si tuffa dentro per disinnescarla.
Sogni, riferimenti e canzoni perfette (degli altri)
Come molti artisti, anche Carlott coltiva i suoi sogni nel cassetto. Alla domanda sul palco su cui vorrebbe esibirsi, la risposta è immediata: Sanremo.
Quanto ai duetti dei sogni, il primo nome è Elisa:
“Top sarebbe Elisa, lì si realizzerebbe un sogno immenso”.
Se dovesse scrivere per altri, invece, immagina due interpreti ideali:
- Francesca Michielin, con cui sente una forte affinità di stile e di scrittura
- Annalisa, che secondo Carlott ha una voce capace di adattarsi a qualunque brano, anche a qualcosa di più introspettivo.
E la canzone che avrebbe voluto scrivere lei? Qui la risposta si fa più ampia:
“Tutta la discografia di Lucio Dalla”.
Ridendo, ammette che forse è chiedere un po’ troppo, e restringe il campo: tra i brani più recenti cita “Il mondo si divide” di Brunori Sas.
“Mi colpisce la facilità con cui racconta la verità. Dice cose che abbiamo vissuto tutti, universali, con una semplicità disarmante. Vorrei scrivere una canzone così”.
Una voce da tenere d’occhio
Tra mantra personali, fragilità condivise, busking come terapia e sogni sanremesi, Carlott si presenta come una cantautrice autentica, lucida e profondamente umana.
“Non vengo da Marte” è il primo passo di un nuovo capitolo: un invito, per chi ascolta, a riconoscersi nei propri momenti no senza vergogna. Perché, in fondo, nessuno di noi viene da Marte. E sentirsi fuori posto, a volte, è la cosa più terrena che ci sia.

