CAPAREZZA, A CATANIA IL CIRCO È ANCORA APERTO

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C’è un momento, nei concerti di Caparezza, in cui bisogna smettere di cercare una definizione. Rapper, certo. Ma anche performer, autore, animale da palcoscenico, fumettista per interposta persona, satirico, regista di un gigantesco teatro popolare dove ogni canzone diventa una scena e ogni scena sembra avere bisogno di un’altra scena ancora. Ieri sera, a Villa Bellini, davanti a un pubblico gremito, il suo ritorno a Catania dopo quattro anni di assenza dai palchi ha confermato esattamente questo: Caparezza non è tornato per ripetere il passato, ma per dimostrare che il suo modo di stare sul palco è ancora una cosa abbastanza anomala da non avere praticamente concorrenti.

Il tour di Orbit Orbit arriva in Sicilia portandosi dietro tutto l’armamentario che da sempre accompagna Michele Salvemini: rime serratissime, rock, ironia, satira, personaggi, cambi di registro e una quantità di stimoli visivi che rende difficile capire dove finisca il concerto e dove cominci lo spettacolo teatrale. Il palco non è un semplice luogo in cui eseguire delle canzoni, ma una macchina narrativa. Il nuovo disco-fumetto diventa materia viva, anche grazie alla presenza del fumettista Lelio Bonaccorso, e l’immaginario grafico entra nella dimensione musicale senza sembrare una decorazione aggiunta a posteriori. È tutto parte dello stesso linguaggio, quello di un artista che da anni ha capito una cosa piuttosto semplice: se devi parlare del mondo contemporaneo, tanto vale trasformarlo in un gigantesco circo.

Il rischio, naturalmente, è quello dell’eccesso. Caparezza non ha mai avuto un rapporto particolarmente sereno con la sottrazione. Dove altri artisti tagliano, lui aggiunge; dove altri costruiscono un ritornello, lui costruisce un universo. Ogni passaggio sembra voler contenere un’idea, una battuta, un riferimento, un cambio di prospettiva. È una bulimia creativa che a tratti potrebbe perfino risultare stancante, se non fosse sostenuta da una qualità musicale e da una padronanza del palco che gli permettono di tenere tutto insieme. Il punto è che Caparezza non cerca la misura. La sua cifra è precisamente la mancanza di misura.

E Catania sembra capirlo perfettamente. Villa Bellini risponde con un pubblico che conosce le canzoni, ne anticipa le parole, trasforma i ritornelli in cori e accompagna ogni cambio di atmosfera. È uno di quei concerti in cui la distanza tra palco e platea diventa rapidamente irrilevante. Da una parte c’è un artista che continua a cambiare pelle; dall’altra un pubblico che, invece, sembra aver imparato a riconoscerlo proprio nella sua capacità di non essere mai completamente riconoscibile.

È forse questo il dato più interessante della serata. Caparezza avrebbe tutto il diritto di trasformare un ritorno dopo quattro anni in un gigantesco esercizio di nostalgia. Il suo repertorio glielo permetterebbe senza difficoltà. E invece il passato viene usato come materiale, non come rifugio. I brani che hanno costruito la sua carriera convivono con il mondo nuovo di Orbit Orbit, e il concerto non assume mai davvero la forma di una celebrazione. Piuttosto, sembra il capitolo successivo di una storia che continua a rifiutare l’idea di fermarsi dove il pubblico l’ha già capita.

È anche per questo che le vecchie canzoni funzionano ancora così bene. Non perché appartengano a un passato idealizzato, ma perché molte delle ossessioni di Caparezza sono rimaste sorprendentemente attuali: il conformismo, il potere, l’alienazione, la tecnologia, la paura, la società dello spettacolo, il bisogno quasi patologico di appartenere a qualcosa. Lui continua a fare quello che gli riesce meglio: prendere temi spesso pesanti, deformarli attraverso l’ironia e restituirli in una forma abbastanza spettacolare da poter essere cantata da migliaia di persone.

La sua forza, del resto, è sempre stata questa strana combinazione di profondità e cazzeggio. Ti fa ridere mentre ti sta mettendo davanti qualcosa che, a ben vedere, non è affatto divertente. Ti fa saltare mentre ti ricorda che forse c’è qualcosa che non funziona. E riesce a farlo senza assumere il tono del professore che sale in cattedra per spiegarti come dovresti pensare. Caparezza preferisce travestirsi, esagerare, inventare personaggi, alzare il volume e trasformare la riflessione in spettacolo.

A Villa Bellini, questa formula continua a funzionare perché non ha perso la sua dimensione fisica. Il concerto non è soltanto qualcosa da ascoltare: è qualcosa che succede addosso. Luci, suoni, immagini, movimenti e parole arrivano tutti insieme, in una specie di bombardamento controllato. E dietro quella apparente follia c’è una macchina sorprendentemente precisa, capace di passare dalla battuta al rock, dalla caricatura alla riflessione, dalla canzone più popolare al nuovo materiale senza perdere il filo.

Alla fine resta soprattutto una sensazione: quella di aver assistito non tanto al ritorno di un artista, quanto alla riapertura temporanea di un mondo. Catania lo ha attraversato senza esitazioni, cantando, saltando e restituendo a Caparezza la stessa energia che lui continuava a riversare dal palco. Dopo quattro anni, il meccanismo è ancora intatto. Forse persino più consapevole di prima. Caparezza non ha bisogno di dimostrare di essere ancora quello di una volta. Il punto è proprio che non vuole esserlo. Preferisce continuare a essere troppo rumoroso, troppo teatrale, troppo pieno di idee, troppo difficile da catalogare. In un panorama musicale che spesso premia la semplificazione, è quasi una forma di ostinazione. Ieri sera, a Villa Bellini, ha funzionato ancora una volta.

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