Ci sono concerti che sembrano concerti e poi ci sono quelli che, a un certo punto, diventano sedute collettive di memoria. Ieri sera, all’Arena Capo Peloro, Marco Masini ha portato sul palco qualcosa di molto più ingombrante di una scaletta: trentacinque anni di vita italiana, amori finiti male, telefonate mai fatte, padri, figli, notti troppo lunghe e quella particolare forma di malinconia che, nel suo caso, non è mai stata una posa. Messina lo aspettava e Masini non ha fatto nulla per addolcire il colpo. È entrato nel suo “Live 2026” con Male necessario, il brano arrivato quest’anno sul palco di Sanremo insieme a Fedez, e quasi subito è apparso chiaro che la serata non sarebbe stata una celebrazione nostalgica. Il passato c’era tutto, certo. Ma non aveva l’aria di un museo. Era vivo, rumoroso, imperfetto. Proprio come il titolo del suo ultimo album. La prima parte del concerto ha costruito lentamente il ponte tra il Masini di oggi e quello che il pubblico ha imparato a conoscere negli anni: E poi ti ho visto cadere, Allora ciao, Io ti volevo, Ti vorrei. Poi Cenerentola innamorata, una di quelle canzoni che non hanno bisogno di presentazioni perché basta una prima nota e improvvisamente migliaia di persone sembrano ricordarsi esattamente dove si trovavano quando l’hanno ascoltata per la prima volta. È questo il superpotere di Masini dal vivo: non canta soltanto le sue canzoni, canta la versione di noi che quelle canzoni hanno conservato. E quando arriva Che giorno è, il pubblico non è più soltanto pubblico. È un coro. La scaletta attraversa epoche e umori senza preoccuparsi troppo delle mode: Il cielo della Vergine, Di più, Caro babbo, Disperato, Il niente. Poi arrivano Ci vediamo, La libertà, Malinconoia, Perché lo fai, Raccontami di te. Una lunga autostrada sentimentale italiana sulla quale Masini guida senza mettere la freccia. Il punto è che quelle canzoni, ascoltate oggi, hanno cambiato pelle. Disperato non è più soltanto il grido di un ragazzo alla fine degli anni Ottanta. Caro babbo non è soltanto una canzone sul rapporto tra un figlio e suo padre. Malinconoia non è semplicemente un gioco di parole diventato titolo: è quasi una categoria esistenziale. E Masini, dopo più di tre decenni, sembra finalmente poterle guardare tutte dall’altra parte del vetro. Senza dover dimostrare niente. Poi arriva il momento in cui il concerto cambia marcia.
Principessa.
L’uomo volante.
Bella stronza.
E qui l’Arena Capo Peloro esplode. Bella stronza resta uno dei pezzi più divisivi e riconoscibili del repertorio di Masini, ma dal vivo conserva una forza quasi fisica. Non è elegante, non vuole esserlo. È una canzone che arriva sporca, nervosa, scomoda. Ed è esattamente per questo che, a distanza di anni, continua a funzionare. Subito dopo, Vaffanculo. Titolo, risposta, liberazione. Perché in fondo è sempre stato questo uno dei territori privilegiati di Masini: dire quello che normalmente si cerca di dire meglio. E quando sembra che non possa esserci un finale più adatto, arrivano Ci vorrebbe il mare e T’innamorerai. Due canzoni che appartengono ormai all’immaginario popolare italiano e che, a Messina, assumono quasi un significato geografico prima ancora che musicale.Il mare, del resto, è lì. A pochi passi. E per una sera sembra quasi che lo Stretto sia diventato parte della scenografia. Masini chiude con Parlo di noi, lasciando il pubblico dentro quella strana sensazione che resta dopo i concerti importanti: la consapevolezza di aver ascoltato qualcosa che apparteneva già a tutti, ma che per due ore è tornato a essere soltanto nostro. Il vero miracolo del Live 2026 è forse proprio questo. Marco Masini non ha cercato di ringiovanire le sue canzoni. Non le ha rivestite di nostalgia. Non ha provato a trasformare trentacinque anni di carriera in un album dei ricordi. Le ha semplicemente rimesse in circolo. E a Messina, sotto il cielo di Capo Peloro, quelle canzoni hanno dimostrato ancora una volta di conoscere una cosa che il tempo non riesce a insegnare: come si fa a colpire esattamente nello stesso punto, anche quando quel punto, nel frattempo, è diventato una cicatrice.

