Ariete – Tutti tornano a casa: crescere, tornare e rischiare di restare sempre nello stesso posto.

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Ci sono dischi che arrivano dopo una lunga pausa con la pretesa, più o meno dichiarata, di avere qualcosa di nuovo da raccontare. Tutti tornano a casa, il nuovo album di Ariete, uscito il 2 ottobre 2026, nasce proprio da questa esigenza: fermarsi, guardarsi dentro e provare a rimettere insieme i pezzi. Il risultato è un lavoro sincero, delicato e a tratti emozionante, che però sembra avere un piccolo problema: mentre Ariete cresce, la sua musica non sempre riesce a fare altrettanto. Il tema della casa, intesa non soltanto come luogo fisico ma come spazio emotivo in cui ritrovare se stessi, tiene insieme le dodici tracce del disco. È un’idea bella, forse persino necessaria, soprattutto per un’artista che ha fatto della vulnerabilità il proprio marchio di fabbrica. Il rischio, però, è che l’introspezione diventi una zona di comfort: si entra, si raccontano le proprie ferite, si sistema qualche ricordo e si esce con la sensazione di aver già visitato quella stanza. Ariete continua a scrivere di amori complicati, assenze, nostalgia e difficoltà nel diventare adulti con quella spontaneità che l’ha resa riconoscibile fin dagli esordi. Il suo modo di raccontarsi conserva una tenerezza autentica, mai completamente costruita a tavolino. Eppure, qua e là, si ha l’impressione che la sincerità del racconto venga chiamata a compensare una scrittura musicale che non sempre trova una direzione davvero sorprendente. Essere autentici è un pregio; riuscire a trasformare quell’autenticità in canzoni memorabili è un’altra faccenda. Quando il disco trova la propria misura, comunque, sa farsi ascoltare. Che bella vita, insieme ad Angelina Mango, restituisce con leggerezza il valore degli incontri che cambiano il nostro percorso. La mia bocca, la tua bocca si muove tra ricordi e intimità senza aver bisogno di alzare troppo la voce, mentre Tachicardia affronta il dolore con una delicatezza che lascia il segno. Sono momenti in cui Ariete smette di limitarsi a raccontare ciò che prova e riesce a trasformarlo in qualcosa in cui anche chi ascolta può riconoscersi. Meno convincente, invece, è la sensazione di familiarità che accompagna alcuni passaggi. Le chitarre malinconiche, le atmosfere sospese e le confessioni sussurrate appartengono ormai a un linguaggio che Ariete conosce bene, forse fin troppo. Non è una questione di cambiare pelle a ogni disco, né di inseguire a tutti i costi qualche nuova tendenza. È piuttosto il desiderio di sentirla rischiare un po’ di più, spingersi oltre la malinconia rassicurante e trovare soluzioni capaci di sorprendere anche chi le vuole bene musicalmente. La chiusura con Seduta n.65 è coerente con il percorso dell’album: un approdo intimo, personale, che riporta al centro il lavoro fatto su se stessi. Ma anche qui rimane una domanda: quanto di questa crescita personale riesce a diventare crescita artistica? Perché maturare non significa necessariamente scrivere canzoni più complesse, ma trovare nuove forme per dire cose che, in fondo, continuiamo a provare tutti. E allora Tutti tornano a casa è un disco da bocciare? Assolutamente no. È un lavoro piacevole, attraversato da momenti sinceri e da una sensibilità che Ariete non ha perso. Semplicemente, non sempre basta la sensazione di essersi messi a nudo per lasciare davvero il segno. Dopo tre anni di attesa, sarebbe stato bello trovare qualche porta aperta su territori meno familiari, qualche imperfezione coraggiosa, qualche canzone capace di spiazzare. Ariete sembra aver capito meglio dove vuole stare. Adesso resta da capire dove vuole andare. Perché tornare a casa è bello, soprattutto quando si è stati lontani a lungo. Ma nella musica, ogni tanto, vale la pena perdersi ancora un po’.

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