Un viaggio umano prima ancora che teatrale, un racconto frammentato che diventa corpo unico e una riflessione profonda sul significato dell’esistenza e del riconoscimento dell’altro. “12 Sedie”, scritto e diretto da Donato Di Stasi, è un monologo intenso che affronta il tema della migrazione e dell’identità attraverso una narrazione potente e contemporanea.
Durante la conversazione nel podcast Cinema Stories, l’autore ha raccontato la genesi dello spettacolo, definendolo un’opera costruita come un insieme di frammenti che compongono una sola vita, quella di un giovane costretto a lasciare la propria terra per affrontare un viaggio fatto di deserti, prigioni e mare, fino ad arrivare in Europa dove diventa invisibile agli occhi della società. Donato di stasi
Dodici vite in un solo corpo
Lo spettacolo si sviluppa attraverso dodici brevi monologhi, interpretati da un unico attore, Domenico Surace, chiamato a incarnare personaggi diversi ma uniti dallo stesso destino. In scena, l’attore porta addosso simbolicamente il peso della vita: avvolto in una lunga plastica nera e carico di abiti che, uno dopo l’altro, vengono tolti e depositati sulle sedie presenti sul palco.
Alla fine dello spettacolo, le dodici sedie non sono più vuote: diventano il segno tangibile delle storie di chi spesso resta invisibile, di esistenze che attraversano il mondo senza essere davvero viste.
La migrazione come esperienza universale
La scintilla creativa nasce anche da una dimensione autobiografica. Donato Di Stasi è figlio di emigranti e porta dentro di sé il ricordo delle partenze italiane degli anni Sessanta, quando molti lasciavano il Paese per cercare lavoro all’estero. Questa memoria personale si intreccia con le migrazioni contemporanee, creando un ponte tra passato e presente.
Nel monologo emerge infatti una riflessione più ampia: migrare e viaggiare sono esperienze che hanno sempre accompagnato l’umanità, ma che oggi vengono spesso percepite come una colpa invece che come una necessità o un diritto.
Un teatro contro l’indifferenza
L’obiettivo dello spettacolo non è offrire risposte semplici, ma provocare una reazione emotiva nello spettatore. Di Stasi immagina un pubblico che esce dal teatro con un maggiore carico di umanità, capace di riconoscere nell’altro una vita degna di essere vissuta.
Il monologo si oppone infatti a quello che l’autore definisce un crescente processo di disumanizzazione fatto di indifferenza e distanza emotiva. Il teatro diventa così uno spazio diretto di confronto, dove lo spettatore non può restare neutrale.
Quanto tempo serve per cancellare una vita?
Una delle domande centrali dello spettacolo riguarda proprio la fragilità dell’esistenza sociale: quanto tempo basta per cancellare una persona? Secondo Di Stasi, purtroppo pochissimo. Basta distogliere lo sguardo, ridurre qualcuno a un gesto di carità superficiale o smettere di riconoscerne il volto.
Il riferimento filosofico al pensiero di Emmanuel Levinas attraversa l’opera: è nello sguardo dell’altro che riconosciamo anche noi stessi. Ed è proprio questo riconoscimento che 12 Sedie prova a restituire.
Uno spettacolo premiato e in continua crescita
Il monologo ha già ottenuto importanti riconoscimenti teatrali, tra cui premi per miglior testo, miglior monologo, miglior attore e migliori costumi, confermando la forza artistica di un progetto capace di unire scrittura, interpretazione e visione scenica.
Con 12 Sedie, Donato Di Stasi propone un teatro essenziale ma profondamente contemporaneo, che parla di migrazione, identità e dignità umana senza retorica, ricordando che dietro ogni storia invisibile esiste sempre una vita che chiede di essere riconosciuta.

