Massimo Selis: “Con E se ora, lontano – un’altra voce esiste volevamo restituire spazio alla voce dei giovani”

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C’è un’idea molto precisa dietro il documentario “E se ora, lontano – un’altra voce esiste”: ascoltare davvero i giovani e restituire complessità a una generazione spesso raccontata in modo superficiale. Nel raccontare la nascita del progetto, Massimo Selis spiega che l’ispirazione è arrivata alcuni anni fa, durante il periodo della pandemia, quando lui e la moglie – co-sceneggiatrice e produttrice del film – hanno iniziato a osservare con maggiore attenzione le riflessioni di molti adolescenti.

In quel momento storico, segnato da isolamento e incertezza, Selis ha percepito con chiarezza quanto i ragazzi stessero elaborando pensieri profondi sul mondo che li circondava. Secondo il regista, quelle riflessioni mettevano spesso in difficoltà gli adulti, abituati a considerare le nuove generazioni come un blocco unico e omogeneo. Da qui è nata la volontà di raccontare una gioventù diversa da quella stereotipata: una generazione capace di interrogarsi, di esprimere fragilità ma anche visione.

Il film nasce quindi con l’obiettivo di mettere in discussione lo sguardo adulto sui giovani. Selis sottolinea come spesso non siano i ragazzi a essere invisibili, ma piuttosto gli adulti a non saper riconoscere la profondità delle loro domande. Molti giovani, spiega, hanno una grande capacità di interrogarsi sulla realtà, ma le loro riflessioni richiedono tempo e attenzione, due elementi che la società contemporanea tende a concedere sempre meno.

Per dare forma a questo racconto, il regista ha scelto un luogo carico di significato: una pieve sconsacrata dell’XI secolo sulle colline del Lago Trasimeno, in Umbria. La scelta non è stata casuale. Il centro Italia rappresentava simbolicamente un punto di incontro tra ragazzi provenienti da diverse parti del Paese, dal nord al sud. Ma il valore del luogo non è stato soltanto geografico. La pieve, con la sua storia e la sua atmosfera, ha contribuito a creare un contesto di raccoglimento e autenticità, favorendo il dialogo tra i giovani protagonisti.

Le riprese si sono svolte nell’arco di dieci giorni, durante i quali i ragazzi hanno condiviso non solo il set, ma una vera esperienza di vita comune. Selis racconta che il progetto non voleva limitarsi a osservare i giovani dall’esterno, ma coinvolgerli in un’esperienza reale, fatta di momenti quotidiani e di confronto diretto. Prima delle riprese, il team aveva organizzato anche alcuni incontri online con i partecipanti per preparare il percorso e costruire fin da subito un rapporto di fiducia.

Dal punto di vista cinematografico, “E se ora, lontano – un’altra voce esiste” è un documentario che sfugge alle categorie tradizionali. Selis lo definisce volutamente “anomalo”, perché mescola elementi di documentario e di racconto costruito. Le riflessioni dei ragazzi sono autentiche e spontanee, ma le situazioni narrative sono state pensate per dare al film una struttura cinematografica capace di accompagnare il pubblico dentro questa esperienza.

Uno degli aspetti più delicati del lavoro è stato proprio quello di creare un ambiente in cui i giovani potessero sentirsi liberi di essere se stessi. Secondo Selis, la spontaneità non nasce semplicemente chiedendo alle persone di essere naturali davanti alla camera, ma costruendo un contesto in cui possano dimenticare la presenza della macchina da presa. Per questo il team ha condiviso con i ragazzi la quotidianità: cucinare insieme, lavorare all’aperto, parlare attorno a un tavolo o durante una passeggiata.

Questi gesti semplici sono diventati parte integrante del racconto. Attraverso momenti apparentemente ordinari, il film lascia emergere pensieri, dubbi e visioni del mondo che spesso restano nascosti nel rumore della vita quotidiana.

Parlando dell’uscita del documentario, Massimo Selis esprime un desiderio molto chiaro nei confronti del pubblico: che gli spettatori entrino in sala con curiosità e apertura. Il suo invito è quello di lasciarsi sorprendere dalle parole dei ragazzi, senza arrivare con idee già formate su cosa significhi essere giovani oggi.

Il film, sottolinea il regista, non è pensato solo per una generazione. È un’opera che prova a creare un ponte tra età diverse, uno spazio di ascolto reciproco in cui adulti e giovani possano riconoscersi e dialogare. Più che spiegare i ragazzi, “E se ora, lontano – un’altra voce esiste” prova a fare qualcosa di più semplice e più raro: dare loro finalmente la possibilità di parlare.

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